Inti-illimani

Quando nel pomeriggio del 13 giugno 2011 si stava concretizzando il raggiungimento del quorum e la scontata vittoria dei “SI” ai referendum, per l’acqua, il nucleare ed il legittimo impedimento, ho pensato che questa era un vittoria della democrazia, della civiltà, del popolo.
Mi venne in mente una canzone che è stata negli anni ’70 la bandiera del popolo cileno oppresso dalla dittatura: “El pueblo unido jamás será vencido”, cantata dagli Inti-illimani dei quali, come per la gran parte degli studenti di allora, ero un ammiratore.
Combinazione vuole che qui a Verona a due passi da casa mia, nella Corte Cavalchina tra Sommacampagna e Custoza, l’8 luglio scorso sono venuti a cantare.
Non ho perso l’occasione di andarli a vedere, anche perché nel lontano 1975, quando cantarono in Arena, avevo perso l’occasione.
Per me è stato un piacevole e anche un poco triste, tornare indietro nella memoria.
Negli anni ’70 gli Inti-illimani erano, con le loro canzoni, i portavoce dei diritti del popolo cileno oppresso dalla recente dittatura.
Nel 1973 con un sanguinoso colpo di stato (un altro triste 11 settembre) il generale Pinochet destituì il governo socialista di Salvador Allende che fu anche ucciso.
Il giorno del “golpe” gli Inti-illimani si trovavano in Italia per una tournée, rimasero in esilio per 15 anni.
Gli anni 1973-1977 furono quelli di maggior successo, le loro esperienze di vita, musicali, politiche e culturali, hanno prodotto un ampio repertorio di canzoni: dalla tipica musica andina, alla canzone rivoluzionaria, ad altri brani sempre originali come del resto è il loro stile musicale e strumentale.
I loro album furono in quel periodo in testa nella classifica dei dischi più venduti in Italia.
Sebbene abbiano spesso dichiarato di possedere una formazione autodidatta, hanno una preparazione tecnica notevole, riconosciuta anche dai grandi maestri della chitarra classica.
Oltre a brani tradizionali, interpretano molte canzoni di altri autori, cileni come Violeta Parra e Víctor Jara o argentini come Atahualpa Yupanqui e testi di poeti come Pablo Neruda.
Nel riascoltare le canzoni dei dischi che ancora conservo, una, scritta da Violeta Parra e contenuta nell’album La nueva canción chilena, mi ha colpito per la dolcezza e la malinconia, si tratta di Run Run se fué pa’l norte, che Violeta Parra scrisse dopo che la sua relazione sentimentale con Gilbert Favre (l’amore della sua vita) finisce, lui parte per la Bolivia “se fue pal’ Norte”, e questo divenne per Violeta un dramma personale, che la portò al suicidio.
La canzone cantata dagli Inti-illimani è stupendamente interpretata ed in gran parte strumentale, bellissime le immagini del video.

La versione di quella di Violeta Parra  è qui per chi vuole ascoltarla, con il testo integrale (la traduzione l’ho trovata su internet).

In un convoglio dell’oblio prima dell’alba,
di una stagione del tempo, deciso a girovagare
Run Run se n’è partito per il Nord, non so quando verrà.

Verrà per l’anniversario della nostra solitudine.
Nella sua lettera con caratteri di corallo mi dice che il suo viaggio si allunga ancora e ancora,
se ne va da Antofagasta senza dare un segno, e racconta un’avventura che vado a sillabare
ahi, povera me.

Nel mezzo di una ressa che ha dovuto affrontare, un trasbordo per colpa dell’ultimo uragano,
in un ponte spezzato vicino a Vallenar, con una croce sulla spalla Run Run dovette attraversare.
Run Run seguì il suo viaggio arrivò al Tamarugal.
Seduto su una pietra si mise a divagare, del sí, di questo, dell’altro, del mai, del perdipiù, che la vita è menzogna che la morte è verità
ahi, povera me.

il fatto è che una bisaccia si mise a trasportare, estrasse carta e inchiostro, un ricordo forse, senza pena nè allegria, senza gloria, senza pietà, senza rabbia nè amarezza, senza fiele nè libertà,
vuota come il vuoto del mondo terreno Run Run mandò la sua lettera giusto per mandarla.
Run Run se n’è andato al Nord io sono rimasta al Sud, nel mezzo c’è un abisso senza musica nè luce
ahi, povera me.

Il calendario rilascia dalle ruote del treno i numeri dell’anno sul filo della rotaia.
Più giri danno i ferri, più nubi nel mese, più lunghi sono i binari, più aspro è il dopo.
Run Run se n’è andato al Nord che possiamo farci, così è la vita allora, spine d’Israele,
amore crocefisso, corona del disprezzo, i chiodi del martirio, l’aceto ed il fiele
ahi, povera me.

Anche di Victor Jara, ucciso in prigione dagli aguzzini di Pinochet, gli Inti-illimani interpretarono molte sue canzoni, questa (strumentale)  è quella che mi piace di più:

E per finire questa

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